Lasciare casa con una valigia, un sacco pieno di altri vestiti e alcuni semi nelle tasche. Questa era la fotografia del migrante degli anni sessanta che lasciava il meridione per venire a lavorare al nord. I vestiti, quando c’erano, permettevano di avere un aspetto decente, così come qualche fotografia o la spilla per capelli della mamma o un fazzoletto di stoffa di tua sorella ti avrebbe fatto sentire meno tristezza durante il viaggio. E i semi? Cosa ci faceva quel cartoccio nella tasca pieno di semi?  Era il ricordo della tua terra, dei suoi sapori, dei colori, degli odori che al nord non si sarebbero mai potuti trovare e che quasi come una missione, adesso mi portavo in viaggio, custoditi in una palla di carta sacra perché con un po’ d’acqua e un pugno di terra sarebbe stata magicamente capace di far vivere nuovamente il mondo che stavo abbandonando. Forse per sempre.   

Ed è da queste piccole cose che dovremmo capire il legame profondo che noi umani viviamo con le piante, un essere vivente che comunica, ama, agisce costantemente verso di noi e allevia la solitudine che a volte viviamo sentendoci incompresi. Le piante sono capaci di evocare i nostri ricordi di famiglia, di alimentare radici che ci permettono di vivere consapevolmente la nostra identità anche solo perché inspiegabilmente preferiamo l’oleandro al gelsomino, o tritiamo il basilico sul marmo anziché sul legno. Certo, quante volte lo abbiamo visto fare dalla mamma o dalla nonna? E adesso sentiamo il desiderio irrefrenabile di farlo anche noi!

Ma quando si parla di culture molto lontane dall’Europa, un seme portato in viaggio può assumere molti altri significati come per esempio essere un rimedio di cura naturale o addirittura essere una pianta sacra che consente di mantenere viva la propria identità religiosa, affrontando con più coraggio la permanenza in un mondo che non è più il tuo.